Artigianato Salentino
Il Salento vanta una gloriosa e più antica tradizione nel campo dell" artigianato: l"arte della ceramica e della terracotta che risalgono al terzo millennio a.C. Basti pensare a tutti i reperti risalenti alla preistoria che popolano i musei salentini. In particolare i vasi hanno una tradizione antichissima, legata al "cucco", una piccola brocca ad un solo manico che serviva per versare l" acqua; acqua che a sua volta veniva procurata dalle donne che andavano alle fontane che la raccoglievano nell" "orcio", un recipiente di terracotta, più grande, a due manici, per rendere possibile il sollevamento e per poterlo disporre sulla testa. Altri tipi di vasi, tutti più grandi del cucco, erano la "fiasca", un fiasco rivestito di vimini e con un solo manico, i "minzani",contenitori per custodire l"olio, le "capase",contenitori smaltati usati per conservare gli alimenti, le " pignate", tegami usati per cucinare i legumi, i "trimmuni" ed il "limmo", un piccolo recipiente, sempre ad uso casalingo. La lavorazione della terracotta non si limita alla produzione di oggetti per la casa, ma anche di giochini come fischietti, campanelle, e dei "pupi" che continuano ad animare i nostri presepi. Note per una fiorente produzione di terrecotte sono: S. Pietro in Lama, Lecce, Cutrofiano, Ruffano e Lucugnano.
La pietra leccese
La pietra del Salento risale alla seconda metà dell"Ottocento. Già da allora l'attribuivano unanimemente al Miocene, periodo dell"era del Terziario durato da 23 a 17 milioni di anni fa. Oggi le tecniche di lavorazione del passato sono state in parte sostituite dai moderni macchinari che permettono di realizzare opere in pietra leccese in minor tempo, anche se sul territorio sono ancora presenti degli artigiani che lavorano la pietra leccese a colpi di scalpellino. Grazie alla sua composizione, la pietra leccese ha assunto la funzione di materiale idoneo alle decorazioni ed è grazie anche alla sua presenza che oggi possiamo ammirare numerose opere in stile Barocco, come ad esempio la chiesa di "Santa Croce" a Lecce.
Lavoro della terracotta
Il procedimento di lavorazione è pressoché lo stesso nel tempo, anche se non sono venute a mancare innovazioni tecnologiche. La creta viene dapprima depurata da eventuali corpi estranei, e tenuta costantemente umida con l'aggiunta di sola acqua. Prima della lavorazione al tornio, l'artigiano prepara delle "pagnottine" di varia misura; una volta data forma all'oggetto lo si lascia all'aria, meglio se al sole, e poi si inforna da una temperatura di 800-900° C ca. A seconda degli impasti d'argilla, del grado di cottura e del tipo di rivestimento, il risultato è diverso: terracotta, terraglia, maiolica, gres, porcellana. La produzione è svariata: anfore, pignatte, piatti, vasi, complementi d'arredo, soprammobili, ecc., comunque un cenno particolare va fatto per i "pupi" e per i "fischietti": i Pupi sono figurine umane realizzare interamente a mano e destinate alla decorazione dei presepi natalizi, mentre il Fischietto e un tipico prodotto pugliese, anch'esso realizzato interamente a mano. La sua tradizione, molto antica, è da ricercarsi indietro nel tempo, quando i pastori, una volta al pascolo, si dilettavano a fischiettare melodie con fischietti creati da loro stessi. Inoltre la tradizione popolare vuole che il fischietto sia portatore di buona sorte e scacciatore di spiriti cattivi. Oggi grazie ai loro colori smaltati e alle varie forme, i fischietti sono divenuti una vera e propria opera d'arte utilizzata anche come bomboniera.
Il lavoro della Cartapesta
La produzione e il lavoro della cartapesta è tipicamente leccese. L'origine geografica della cartapesta è molto discutibile, ma è certo che a Lecce l'arte di plasticare la carta ha raggiunto il massimo splendore per la perizia ed il fervore creativo di alcuni validi artisti. Le prime opere firmate risalgono al '700, ed il primo importante maestro riconosciuto è PIETRO SURGENTE\\ (1742/1827, noto in città come "mesciu Pietru de li Cristi" (maestro Pietro dei Cristi). Grande artista della modella tura della carta fu ANTONIO MACCAGNANI, che raccolse un gran seguito di imitatori. Nelle chiese di Lecce e di molte città d'Italia si possono tuttora ammirare le statue sacre di SACQUEGNA, CARRETTA, LONGO, GAUCCI, MALECORE, ed altri ancora La cartapesta, materia povera, affermatasi come alternativa economica alle costose statue in legno o in pietra, nelle mani degli artisti dell' 800 e del '900, assunse a grandi possibilità plastiche e consentì la realizzazione di grandi opere. Il procedimento per la realizzazione della statua era, in linea di massima, comune a tutti, ma ciascuno dei più geniali cartapestai aveva i suoi gelosi segreti di lavoro che gli consentivano di giungere a certi risultati particolari. La statua prendeva le mosse da un manichino di paglia appositamente creato intorno ad uno scheletro di ferro. Su di esso venivano montati testa, mani e piedi precedentemente realizzati in cartapesta o terracotta. Il manichino era poi fasciato con diversi strati imbevuti di colla di farina (ponnula) e antitarlo. Quando era ben asciutto e consistente lo si vestiva con la stessa carta, quindi si focheggiava, cioè si levigava con ferri arroventati per saldare le giunture, per correggere i drappeggi e rendere il tutto più solido ed indeformabile. Le bruciature e la crosta carbonizzata creavano un ulteriore antidoto contro i tarli. Si davano quindi vari strati di gessatura e dopo un'accuratissima levigatura, la statua veniva dipinta. Purtroppo, negli anni 30, allettati dalla prospettiva di facili guadagni, molti si improvvisarono cartapestai; l'imperizia e la superficialità portarono a realizzare opere assai mediocri, determinando quel decadimento che negli anni 70 portò alla quasi totale scomparsa delle botteghe di cartapesta. Tuttavia mai venne meno l'ammirazione per le antiche opere di carta, così che alcuni giovani scoprirono una forte vocazione per tale forma d'arte;
Il Presepe Leccese
Tutta la tradizione folkloristica del Salento, e di Lecce in particolare, è fortemente caratterizzata dal temperamento e dalla sensibilità collettiva del suo popolo, che accomuna i più diversi ceti sociali nel culto per la famiglia, nella devozione religiosa, nel decoro della persona e delle cose, nell'innato senso del bello. Qui il presepe è più che un rito o un'abitudine, è una passione inestinguibile, un amore sconfinato, un tarlo roditore, un virus contagioso, un gene in più di questi meridionali di razza che sono i leccesi. La stessa città è un esempio dell'estro di questo popolo: dall'esuberanza plastica dei suoi palazzi e delle sue chiese barocche, alle vetrine dei pasticceri dove per la Pasqua si espongono graziosi agnellini di pasta di mandorla farcita e decorata a riccioli, a colori bianco e bruno, col musetto perfettamente modellato e dipinto. Pare proprio che un po' tutti a Lecce nascano o diventino modellatori e scalpellini. Se si vuole tentare di ricostruire una storia di questo "genio" leccese è proprio dagli scalpellini che bisogna partire. Questi umili fabbricatori, che pian piano si specializzarono a lavorare la morbida pietra leccese tanto da trarne "frutti e angioli, fogliami e santi, uccelli e colonne tortili", sono stati i progenitori dei maestri cartapestai. Le due lavorazioni (terracotta e cartapesta) hanno sempre convissuto grazie proprio agli scalpellini che fecero bella Lecce lungo i due secoli del barocco. E questa simbiosi fra due tipi di artigiani fu una simbiosi anche fra due ceti sociali, quello ricco dei committenti (nobili e ordini religiosi) e quello povero degli esecutori, divenuti ben presto alte maestranze capaci di collaborare intimamente con architetti e disegnatori alla creazione di un'opera d'arte. E di condividerne la dignità e l'onore. Il popolo acquisì una manualità tale da appropriarsi subito della tecnica della cartapesta che pare sia giunta qui, a metà del XVII sec., da Napoli o da Venezia, dall'Oriente o dalla Spagna, dalla Francia o dalla Germania. Le ipotesi sono tante ma tutte poco provate, tanto che lo sciovinismo locale ha buon gioco a pretendere che la cartapesta sia nata proprio a Lecce. Certo è che i leccesi ne hanno fatto un'arte, modificandola, migliorandola, arricchendola e facendola assurgere ad alti livelli. Fu un processo lungo che vide il suo acme nel Sette-Ottocento e nella grande statuaria sacra che andò a riempire tutte le chiese del Salento ma anche molti paesi europei ed extraeuropei. Primo protagonista ne fu Mesciu Pietru de li Cristi, soprannome del primo cartapestaio documentato con una statua di San Lorenzo in Lizzanello del 1782. Il suo nome era Pietro Surgente (1742-1827) e fu il maestro (mesciu) di una schiera di grandissimi scultori della cartapesta nell'Ottocento, quasi tutti ricordati col loro soprannome: segno questo di una dimensione tutta paesana, quasi familiare e umile della loro attività che pure varca i confini non solo del paese e della provincia, ma del Regno di quell'Italia umbertina che fu prodiga di alti riconoscimenti per quest'arte popolare che si poneva con dignità accanto all'arte dotta. Nel secolo scorso si passa dalle grandi statue per altari, alle piccole statue per i presepi. Cominciò un certo Mesciu Chiccu Pierdifumu a modellare pupi da presepe in creta, che poi, aiutato da sua moglie Assunta Rizzo, "vestiva" con pezzi di stoffa alla napoletana per le misure più piccole e con fogli drappeggiati di carta imbevuta di colla per le misure più grandi (fino a 30 cm.) in cui il corpo veniva ridotto a uno scheletro di fil di ferro e stoppa. Così, impercettibilmente, si passò dal classico pupo napoletano al classico pupo leccese. Eppure questo passaggio da un prodotto di importazione ad uno autoctono forse si ebbe ancor prima, a metà del XVIII sec., come si può dedurre da un raro esempio di presepe napoletano con pupi salentini che si trova a Parabita , nell'antica chiesa del Crocifisso. Accanto alla attività degli artisti professionisti si assiste ad una vera e propria germinazione spontanea di artisti popolari, tra i quali spicca la classe dei barbieri di Lecce, che intorno al 1840 cominciarono ad imitare i cartapestai e, nelle lunghe ore libere del loro lavoro con pettini e forbici, si dettero a modellare sia la carta pestata che la creta con mani, bulini e stampi. Naturalmente i grandi maestri cartapestai, che si sentivano scultori a tutti gli effetti, arricciavano il naso davanti ai ben più modesti prodotti dei barbieri accusati di aver provocato la decadenza dell'arte facendo pupi in serie con gli stampi; eppure quei pupetti erano sempre uno diverso dall'altro perché la fantasia di ciascun puparo cambiava colori, posizione delle braccia, dettagli del vestiario, accessori aggiuntivi tanto da dare ciascuno una sua impronta personale al manufatto, lla sua creaturina di creta. Comunque la convivenza fra le due categorie fu sempre pacifica, frequenti furono i passaggi dall'una all'altra anche perché ciò che i cartapestai conquistavano in qualità i barbieri pupari conquistavano in quantità e diffusione, dato che entrambe le categorie rispondevano alle esigenze di due diversi livelli di utenza e committenza. La generazione successiva dovette vivere il momento più difficile per la cartapesta leccese intorno al 1933, quando un vescovo di Lecce di origine veneta, Mons. Cuccarollo, dichiarò guerra a quest'arte denigrandola in ogni modo fino a definirla sacrilega e soppiantandola d'autorità con la scultura in legno altoatesina proveniente dalle botteghe artigiane di Ortisei. La polemica dilagò in tutta Italia, su giornali e riviste, con interventi del Vaticano e tentativi di difesa unitaria degli artigiani leccesi. Ma i vescovi passano e l'anima popolare resta... Quei presepi di cartapesta, pupi e fondali, che a Natale si allestivano in ogni chiesa e in ogni casa, grandi e piccoli, oggi sono introvabili. Nessuno o quasi li ha salvati dalla distruzione come cimeli d'arte o di storia perché nell'uso pugliese il presepio è sempre stato un bene di consumo, funzionale alla celebrazione del Natale, da farsi per la circostanza e da disfarsi dopo la festa. Infatti il presepe in Puglia non è mai stato considerato un "pezzo" di arredamento o d'arte. E questo dava alimento a una ricchissima produzione popolare che ogni anno si ripeteva. Ecco perché oggi è tanto difficile ritrovare le testimonianze della grande stagione del secolo scorso e dei primi decenni di questo secolo. Oggi comunque questa grande tradizione sta rivivendo grazie alla ripresa d'interesse per il folklore e l'artigianato, ma anche per una fede religiosa più vissuta e più vicina agli stessi giovani che cominciano a rivolgersi alle antiche cose per curiosità o per interesse filologico e culturale. Oggi si contano una decina di pupari professionisti e una sessantina di dilettanti che tali si possono chiamare solo perché svolgono un'altra attività prioritaria. Sono ferrovieri, falegnami, pensionati, impiegati, persino professori che hanno ereditato quel famoso gene del saper plasticare, modellare, dipingere, creare figurette gentili per far corona a Gesù Bambino. E per tutto l'anno, nel tempo libero, sono indaffarati a manipolare terracotta e cartapesta, a fuocheggiare (agendo con un ferro infuocato sulle pieghe del manello drappeggiato), a decorare, dipingere, collocare, architettare, costruire, tutto in vista di quel fatidico 12 dicembre quando scocca l'ora magica della Fiera di S. Lucia, luogo e tempo che da secoli è deputato al mercato dei pastori e del presepe.
Ferro Battuto e Rame
L'arte del ferro nel Salento si riaccende, dopo un periodo di lungo torpore, durante lo stile Liberty. Al ferro per la sua resistenza e per il suo carattere decorativo si affida il compito di abbellire la casa e la città; fiorente è quindi la produzione di suppellettili domestiche: alari, copricaloriferi, ferri da camino e letti. Come per il passato l'artigianato del ferro battuto è legato all'architettura sacra; con la medesima armonia e grazia, l'arte febbrile si esprime negli interni delle Chiese e dei Conventi, e spesso sostituisce altri materiali. Nel XVI e nel XVII secolo, in un periodo che vede protagonista lo stile Rococò ed il Barocco, gli abili artigiani di tale settore hanno saputo sintetizzare le predominanze estetiche del periodo riuscendo a creare, nei loro laboratori, incredibili decori e cesellature, utilizzati in tanti Palazzi. Usando il martello e la forgia, mezzi di lavoro antichissimi, gli artigiani realizzano ancora oggi candelieri, lampadari, testate di letti, grate, balaustre, ringhiere, inferriate e cancellate. Più leggero è il rame, che con quel suo rosso particolare, è da sempre un metallo richiestissimo. Gli oggetti in rame sono spesso splendide brocche, caraffe, anfore, caffettiere, oliere e padelle. La decorazione è ridotta al minimo, sobria, ma smagliante, realizzata con qualche fiore stilizzato a rilievo, fatto con punzoni, o con la martellatura di migliaia di piccolissime facce, ottenute con un materiale particolare la cui superficie battente deve avere levigatezza estrema. Parlando di rame non possiamo tralasciare il rame smaltato; la lavorazione degli smalti ha potuto diffondersi nel Salento grazie alla preziosa attività degli Istituti d'Arte ed alla loro rivisitazione di esperienze estere. \chapter{Tessitura e ricamo } In quasi tutti i comuni del Sud Salento, vi sono piccole filatrici e tessitrici con telaio tradizionale salentino, che funziona a pedali, di origine antichissima, ha la forma rettangolare ed è in legno d'ulivo. Anche la produzione dei tessuti e dei ricami a mano conta nel leccese secoli di vita. Certamente all'origine fu determinante l'influenza della vicina Grecia e del Medio Oriente, ed è da rilevare che questo settore così fiorente interessa tuttora moltissime imprese che, se organizzate, protrebbero inserirsi con successo nel commercio interno ed estero. Ancora oggi, forse per un eccessivo impegno posto dall'artigiano nel suoi elaborati, e anche per un geloso amore del proprio mestiere, la produzione, per tali settori, ha assunto un deciso indirizzo individualistico e rischia di circoscriversi sempre più nella cerchia dei collaboratori addetti, sino a limitarlo a qualche unità familiare. Tuttavia, sotto la spinta delle nuove esigenze di mercato e per iniziativa di alcuni appassionati, sono sorte di recente tessiture organizzate e caratteristiche, che producono pregiati e richiestissimi tessuti, arazzi, tappeti e stuoie, bellissimi per i riusciti accostamenti di colore e di figure, ricchi di decorazioni a rilievo d'ispirazione naturalistica e geometrica; e così pure coperte, cuscini, borse, con disegni ornamentali moderni, raffinati ed originali. Anche i ricami, i merletti e i pizzi, tutti di squisita fattura, sono uno dei maggiori vanti delle esperte artigiane del Salento, avviate ancora, specie nei piccoli paesi, sin da bambine all'arte dell'ago e del filo; tutte le tipologie del punto ad ago, del ricamo, del pizzo, del merletto, dell'uncinetto sono presenti in una infinita gamma di disegni nei copriletti, nelle tovaglie e tovagiiette, nelle tende, nei centrini, nelle camicette, prodotti ancora nei numeri centri salentini.
la tessitrice
La tessitura è il complesso delle operazioni per trasformare i filati in tessuti. Rappresentava una delle faccende quotidiane della donna di un tempo. Per tessere veniva usato il telaio, formato da due montanti verticali uniti tra loro per mezzo di due pali orizzontali chiamati "SPRANGHE". Il tipo di intreccio più adottato era quello costituito da una serie di fili longitudinali( ordito), attraverso il quale passava un filo continuo trasversale (la trama), che andava da un estremo all'altro del tessuto in senso orizzontale. I fili dell'ordito pendevano dalla traversa superiore "U SUIU" (subbio), passavano attraverso due sistemi di piccoli nodi o occhiature detti "LIZZU" (licci), che servivano per intrecciare i filati al comandato dei "PIEDI", poi i fili, attraversavano il "PETTINE", che sospeso tra i licci e il tessuto e sostenuto dalla "CASCIA" (cassa battente) serviva a battere il filo per dare la voluta consistenza al tessuto. Compito della tessitrice era quello di azionare i "PIEDI" e stendere la trama con un attrezzo a forma di navicella, denominato "SUSCITTA" (spola o navetta).