ATTREZZI e STRUMENTI de 'NA FIATA'
TRAINO
Mezzo usato per il trasporto di persone e cose (attrezzi agricoli, recipienti per l'acqua, colazione, legna sacchi di grano, ecc...). Era trainato da uno o più animali ( mulo o cavallo). A sinistra sono visibili il collare, le cinghie che tenevano agganciati gli animali al traino. Sotto il traino era sospeso un lume che illuminava il percorso, dal paese alla campagna e viceversa, effettuato all'andata e al ritorno per lo più in ore senza luce.
CALESSE
Mezzo usato per il trasporto di persone, quali il padrone della terra, suo figlio o il fattore (responsabile dell'esecuzione dei lavori di fronte al padrone); alle sue dipendenze c'erano il massaro di campo e il massaro delle pecore. Il calesse, quindi, a differenza del traino, serviva per gli spostamenti di persone di una certa importanza nella società contadina: era l'equivalente di una macchina di lusso di oggi.
TELAIO
Il telaio era uno strumento presente in tutte le case, che, quindi, per la produzione dei tessuti, erano autosufficienti. Sul telaio è sistemato uno strumento che serviva a separare il cotone dai semi, che poi venivano utilizzati per la semina. In primo piano l'arcolaio, attorno a cui erano avvolte le matasse poi trasformate in gomitoli o bobine. Le tovaglie da tavola ("u tuocc") venivano tinte da un tintore che arrivava da Massafra (prov. di Taranto) su un cavallo con tanti campanelli; portava con sè i tessuti a Massafra e poi li riportava a Montescaglioso tinti. Per rendere bianche queste tovaglie da tavola si scioglievano le feci di pecora nell'acqua bollente ("u vuggh"), vi si mettevano a bagno le tovaglie che, successivamente venivano battute con un legno.
BARILI, TINO, RECIPIENTE PER IL BUCATO
I barili servivano per l'approvvigionamento di acqua per la casa; erano trasportati su un animale (asino, cavallo o mulo). Prima di recarsi in campagna il contadino riforniva la casa di acqua da utilizzare per uso potabile e per i vari lavaggi. Il tino, portato in dote dalla donna, serviva per lavare la biancheria col sapone preparato in casa (visibile nel recipiente in terracotta) con residui di olio, acqua, soda e farina. La biancheria poi, veniva sistemata nel recipiente di terracotta ("a jrast"); nella caldaia veniva fatta bollire dell'acqua, dentro cui si versava della cenere acquistata da un fornaio; il tutto veniva versato su un panno steso sulla biancheria come ultimo strato, ("u cannapazz") che svolgeva la funzione di filtro. Dopo 24 ore si svuotava questo recipiente (aveva un'apertura nel basso), i panni venivano risciacquati e successivamente stesi ad asciugare (talvolta lontano dall'abitazione). Tutta l'operazione, come è facile immaginare, comportava grande fatica.
LUCE A OLIO
Era la luce dei poveri, anche quando l'energia elettrica era distribuita nei nostri paesi. L'asticella (il marito della luce) serviva per tirar fuori il lucignolo.
LA TAVOLA
La tavola contiene dei piatti in terracotta, delle forchette fatte con delle canne lavorate, due fiaschetti "a garganella". Il piatto della cena (pranzo al ritorno dalla campagna) conteneva il primo (piatto unico) rappresentato dalla pasta. Il piatto grande conteneva un chilogrammo e mezzo di pasta, che serviva a sfamare sei persone.
BILANCE
Quella in alto è la più moderna; quella a sinistra poteva contenere un peso di quaranta chilogrammi, quella a destra un peso di cinque o sei chilogrammi.
LA LANTERNA
La lanterna era un lume che andava a petrolio e serviva, messa sotto il traino a illuminare la strada di notte allu trainieri oppure si collocava in un angolo della stalla ad illuminare la stanza.Era un oggetto indispensabile!!
ARATRO
Rudimentale aratro tirato da un animale; dietro la ruota c'è un pezzo che veniva applicato all'aratro e serviva a sradicare l'erba che cresceva tra due solchi di fave.
RECIPIENTI DI TERRACOTTA
Un tempo molti recipienti di uso domestico erano in terracotta. Alcuni di essi, i più grandi, venivano considerati così preziosi che esisteva una vera e propria figura professionale che si occupava della loro riparazione a domicilio. Si trattava dello 'cconzalimbi, cioè, letteralmente, acconcialimbi. Le capase erano contenitori di media grandezza, generalmente a tre manici, con una bocca abbastanza larga. Erano rese impermeabili dall'interno mediante un'apposita verniciatura. Le più grandi erano dette capasoni. I limbi, erano solo alcuni dei recipienti più comuni, ma molti altri se ne trovavano nelle case: capase e capasoni, stangati, ozze, cofani, ecc. Ozze, stangati e capase avevano un coperchio di terracotta realizzato su misura (purtroppo non è stato possibile rintracciarne nessuno), che assicurava una perfetta chiusura. Gli stangati erano recipienti medio-piccoli, impermeabili anch'essi, utilizzati per conservare friselle, fichi secchi, biscotti, olive in salamoia, ecc. Erano assai comuni ed avevano diverse dimensioni e forme. Un recipiente che aveva in dotazione ogni lavoratore della terra si chiamava 'mmile. . Conteneva l'acqua necessaria per dissetarsi durante le lunghe giornate di lavoro in campagna. In questo caso la terracotta era lasciata allo stato grezzo, perché si diceva che in tal modo l'acqua, traspirando, si poteva mantenere freschissima. Il collo era lungo e stretto e la bocca era molto piccola per poterci bere direttamente. Lu 'mmile era sigillato con un tappo di sughero. Le ozze erano recipienti enormi, opportunamente rese impermeabili all'interno e all'esterno, in quanto destinate principalmente a contenere olio. Erano infatti dotate di un foro alla base (non visibile nella foto), mediante il quale si attingeva il contenuto, nonché di due manici e di un collo non molto ampio. I limbi erano molto comuni ed erano gli antesignani delle attuali vasche in plastica. Avevano forma tronco-conica ed erano di grandezza variabile, anch'essi impermeabili al'interno. Un loro classico utilizzo era quello di contenere la salsa di pomodoro appena ottenuta, in attesa di essere imbottigliata, ma comunissimo era anche il bucato a mano fatto in questo recipiente. Nel limbo in alto è appena visibile all'interno una riparazione. Un grande recipiente che non poteva mancare in ogni famiglia era chiamato còfanu. Serviva per un unico scopo: fare il bucato "a caldo" (si diceva proprio "fare lu còfanu"), cosa che rappresentava una vera e propria impresa nei tempi andati. Il cofano era sopraelevato opportunamente mediante uno sgabello, in quanto dotato, alla base, di un foro per lo spurgo dell'acqua. In corrispondenza del foro si collocava appunto un limbo. Il recipiente complementare al cofano era un'apposita brocca detta vacaturu (da vacare= versare). Serviva infatti per versare l'acqua sul bucato sistemato nel cofano. Un antico detto dice"a ci mena la cinnere se cunta ca è scofanatu!!!! per chi non conosce il dialetto salentino significa: chi butta la cenere racconta che ha fatto il bucato!!! ".... Ma che cos'è "lu cofanu" ? Lu cofanu era un grande recipiente di terra cotta a forma troncoconica che aveva a pochi centimetri dalla base un foro chiuso con un tappo di sughero.Fare lu cofanu significava anche fare il bucato.La massaia sistemava lu cofanu mettendo tutti i panni bianchi,si evitava di mettere capi colorati. Si copriva con un panno bianco di tessuto rustico "lu cenneraturu" avente funzione di filtro poiché su di esso si poneva uno strato di cenere di legna setacciata. Successivamente si versava l'acqua bollente,riscaldata ne "lu quatarottu" una pentola di rame che era messa sul fuoco.L'operazione di versamento dell'acqua bollente era ripetuta fino a quando dal foro posto in basso al cofanu non fuoriusciva pulita ed era raccolta in un altro recipiente di coccio il cosiddetto "limmu".Le ultime acque reflue de lu cofanu erano riutilizzate,talvolta si lavavano i capelli...Lu cofanu impegnava la lavandaia per circa due giorni ed era un'operazione faticosa.."Scofanare" significa lavorare duramente!!! La brocca utilizzata per mescere acqua o vino in tavolo era detta ursùlu (lat. tardo orciòlum), ed aveva un becco pronunciato per facilitare la mescita. Ogni tanto passava lu cconzalimbi, (cioè l'acconcialimbi), che diffondeva il suo classico richiamo, e molte famiglie ne approfittavano per riparare i loro recipienti. Questo artigiano si serviva di un trapano particolare - descritto anche nel celeberrimo racconto "La giara" del Verga - per fare dei minuscoli forellini lungo la frattura della terracotta, e con pazienza vi faceva passare del fil di ferro che stringeva il più tenacemente possibile. Indi sigillava i forellini e la frattura con calce, ed il recipiente tornava come nuovo.