La via dell'OLIO
premessa
Un vecchio adagio dice "i ricordi d'infanzia non si dimenticano mai!"
Infatti i ricordi della mia fanciullezza sono sempre vivi in me;
vorrei raccontarvi la vita del nostro frantoio come me l'ha raccontata mio padre
e come l'ho vissuta io quando ormai la molitura delle olive era tutta più facile,anche se
certe " usanze" e certi modi di fare sono rimasti sempre uguali nel tempo.
Ero ancora un ragazzetto quando un giorno papà mi volle portare al nostro frantoio.
Dovete sapere che il nostro frantoio era molto antico, scavato a mano nella viva roccia del sottosuolo.
Non lontano dalla porta d'accesso, proprio vicino al muro c'era
una botola nella quale venivano scaricate le olive da molire ( deposito).
Scendendo le scale,sulla destra c'era lo spogliatoio,un anfratto nella roccia che fungeva anche da
dormitoio.
Poi c'era il frantoio vero e proprio con le sue tre ruote che giravano attorno ad
un asse centrale mosse da un motore.Al centro della sala grande era situata un
contenitore (la mattara -la madia)alquanto robusto
foderato internamente di alluminio
per raccoglere la poltiglia oleosa che si otteneva dalla molitura per esser poi messa nei fiscoli.
Ai lati cerano 4 presse per la spremitura e la "pompa" per
farle funzionare.
C'erano poi i vari luoghi destinati alla raccolta dell'olio,
della sanza( residui della molitura)e un pozzo per la "sentina".
Infine c'era un piccolo anfratto con un grande tavolo in pietra dove i trappitari si riunivano per mangiare.
Descritto in breve il nostro frantoio,chiesi a mio padre perchè c'era quella grande pietra circolare
accostata alla parete
di fondo ...Che ci faceva quella pietra così pesante? Mio padre mi guardò e con gli occhi lucici,
incominciò a parlare del "suo" frantoio.
Devi sapere,esordì, che questo frantoio non sempre è stato così come lo vedi adesso....
......In autunno, con l´inizio della raccolta delle olive, si formavano le
ciurme (gruppi di 5 uomini, quattro trappitari ed un nachiru,
( da nocchero che fungeva da caposquadra). Ogni ciurma, aveva a disposizione
due cavalli o muli, che dovevano far ruotare le macine e lo facevano
con gli occhi bendati, perché non venisse loro il capogiro.
I trappitari, sempre scalzi per tutto l´inverno, dentro e fuori del
frantoio, svolgevano insieme con gli animali, un lavoro continuo,
giorno e notte, con turni ben stabiliti.
Si cominciava con la prima molitura (se ne facevano due: macina e
rimacina).L´animale faceva girare, in una grande vasca, la petra o
le petre (una o tre ruote di pietra pesantissime), che riducevano le
olive in poltiglia (la pasta), fatta di polpa e noccioli frantumati.
Le olive erano state prelevate da riquadri di deposito, le sciave.
La pasta veniva presa dalla vasca e posta in una specie di madia
(mattra) rivestita di latta, a tenuta per trattenere l´olio. La
mattra serviva pure ai trappitari per poggiare i fisculi,
comprimerli verticalmente verso il basso, in modo da allargarli per
essere riempiti.
I trappitari riempivano quindi di pasta i fisculi, contenitori
circolari con circonferenza poco inferiore a quella della base del
torchio. I fisculi erano fatti di corde di giunco intrecciate,
legate all´imboccatura centrale da canapa filata. Avevano due facce
circolari e parallele; quella superiore recava al centro
un´imboccatura, attraverso la quale si introduceva la pasta. Una
volta riempiti e ripianati, i fisculi erano sistemati uno
sull´altro, a pila, sulla base del torchio. Tale operazione era di
esclusiva competenza del nachiru.
Il Torchio
Il torchio era incastrato tra due grossi pilastri in pietra. Esso si
componeva di una madrevita fissa posta in
alto. Il centro della madrevita è trapassato da una vite mobile alla
quale è incorporato uno zoccolo di forma tronco-conica, nel quale a
sua volta sono praticati due fori circolari che servono ad infilare
una stanga per stringere il torchio. Sotto lo zoccolo è posto un
robusto asse di legno (pancone) che esercitava la pressione su
fisculi incolonnati e pieni di pasta.
Durante le operazioni di spremitura questo pancone saliva e scendeva
verticalmente tra i due pilastri. Tale movimento era regolato da due
canalette scavate nelle facce interne dei pilastri.
La Spremitura
Il torchio della prima spremitura si chiamava mammaredda (piccola
mamma). Le mammaredde, costruite tutte in legno, erano in numero
limitato ed avevano una notevole circonferenza; non dovevano
spremere molto, perché, essendo la prima spremitura, il liquido
usciva facilmente. La piattaforma comprimente, molto grande, era
portata in alto, da dove si faceva poi discendere per comprimere,
per mezzo di un albero a vite (fùsulu) e quattro martinelli
(tiaulicchi, diavoletti), due per lato della piattaforma.
Costituita la pila di fisculi, i trappitari svitavano i tiaulicchi e
facevano scendere la piattaforma, che si adagiava sulla pila;
toglievano poi i tiaulicchi e davano inizio alla spremitura.
Mettevano in funzione l´albero a vite con la forza delle braccia e
con l´aiuto di un palo di legno (lungo 3 metri, con un diametro di
10 cm.), che era infilato di volta in volta in uno degli appositi
fori situati tutt´intorno alla base dell´albero a vite.
Se la colonna dei fisculi non era perfettamente a piombo e metteva
in pericolo la stabilità del torchio (in questo caso la mammaredda),
veniva raddrizzata con una leva, la bardasciola. Anche questa
operazione spettava al nachiru. La bardasciola serviva anche ad
allontanare i ragazzi curiosi che intralciavano i lavori.
Terminata la prima spremitura, le mammaredde erano svuotate. I
fisculi, che erano più grandi di quelli impiegati nella seconda
spremitura, non grondavano più liquido nero composto da sentina
(santina) e olio (oiu) e venivano svuotati. La pasta, piuttosto
secca, era versata in un´altra vasca per la rimacina.
La Rimacina
Per la rimacina, la pasta veniva sistemata a poco a poco, con una
pala, sotto una grande pietra circolare in movimento. L´operazione
di mettere la pasta sul piano, ove sarebbe passata la ruota
molitrice, si chiamava ntruddare; ed il trappitaru che, cantando per
non addormentarsi, compiva la monotona operazione (metteva una
palata di pasta a ogni giro di rivoluzione della ruota), si chiamava
truddicchiu.
Non è agevole descrivere il funzionamento della grande macina di
pietra, che aveva un diametro di 2-3 metri e uno spessore di circa
40 cm, col quale poggiava su un piano circolare orizzontale, di
pietra dura, posto al centro della vasca, che aveva un diametro di
3-4 metri. Nella vasca veniva messa la pasta tolta dalle mammaredde
e vi attingeva il truddicchiu con la pala.
La macina ha al centro un asse di ferro, per mezzo del quale è
fissata ad un asse verticale, intorno al quale ruota. Essa è
mantenuta verticale appunto da questo asse (un grosso palo molto
resistente), che ruota su due alloggiamenti, uno in alto (tra i pali
infissi nei muri) e uno in basso (posto al centro del piano
orizzontale, al centro della vasca). L´asse orizzontale si prolunga
per due o tre metri con un palo curvo verso terra: di qui si diparte
il congegno di attacco ai tiranti e al pettorale dell´animale, la
cui trazione provoca il movimento. La macina compie due movimenti
circolari: uno di rotazione sul suo asse centrale e uno di
rivoluzione per mezzo dell´asse verticale.
Di seguito i trappitari riempiono di pasta i fiscoli più piccoli ed
il nachiru li sistema uno sull´altro, costruisce cioè una pila
(conzu) per il torchio ad alta pressione. La pila deve essere anche
in questo caso perfettamente perpendicolare; qualche lieve
deviazione sarà corretta con la bardasciola dal nachiru, al quale
spetta il compito di avviare l´operazione, avvitando la madrevita
all´albero a vite metallico(fusulu) e lasciando abbassare la base
del torchio(chianchetta) che deve premere. Subentrano poi i
trappitari e gli astanti più volenterosi a continuare l´avvitamento
e la spremitura, per mezzo prima di un palo più lungo (5 metri) ed
infine con il ciucciu.
Il ciucciu (asino) era un argano, costituito da un grosso albero
cilindrico di legno resistente (50 cm di diametro, assottigliato
alle estremità e lungo, sì da potersi alloggiare verticalmente in
due cilindri (uno in alto ed uno in basso), nei quali doveva girare.
Poggiava dunque a terra ed al soffitto o ad una impalcatura ad hoc;
la tenuta alle estremità era salda, perché doveva resistere a forti
sollecitazioni. A poco più di un metro dal suolo, il corpo
dell´albero era attraversato orizzontalmente da due grosse sbarre di
legno, messe a croce, lunghe circa due metri e sporgenti poco più di
un metro per lato, con gli spigoli arrotondati per poter essere
afferrati con le mani.
Al di sopra delle sbarre orizzontali in croce aveva origine una
grossa catena di ferro, fissata all´albero del ciùcciu e legata
tanto da giungere al torchio, ovvero al lungo palo orizzontale
infisso in una delle bocche della madrevite; l´estremità libera del
palo recava una catenella cui si agganciava l´estremità libera della
catena. I torchi erano collocati in fila ad un lato del ciucciu, dal
quale il più lontano distava al massimo una decina di metri.
L´operazione di spremitura veniva avviata dai trappitari e dai
presenti volenterosi che spingevano il palo infilato nella madrevite
(alcuni, messi di fronte lo tiravano). Queste spinte comprimenti si
ripetevano ad intervalli, fino a quando quel tipo di spremitura
risultava insufficiente.
Ferrare la pressa
A questo punto entrava in funzione il ciùcciu. Si sostituiva il palo
con quello più lungo e più resistente: di legno di quercia (spina),
era pesante e doveva essere preso da tre uomini. Al palo si
agganciava la grossa catena del ciùcciu. Quattro trappitari si
sistemavano alle quattro sbarre che uscivano dal tronco del ciùcciu,
e prima con le mani e poi con una spalla spingevano e facevano
girare il ciùcciu, sul cui albero si avvolgeva la catena, la quale,
esercitando una forza di trazione sul palo, faceva girare la
madrevite del torchio.
La seconda spremitura era molto efficace, grazie all´espediente del
ciùcciu; e il procedimento lento a freddo dava un olio saporito e
limpido. Quando i fisculi sono quasi asciutti e non gocciano più
liquido, avviene a tempo stabilito l´ultima operazione quella di
prelevare e misurare l´olio (crisscìre l´oju). Va premesso che il
liquido (sentina e olio) spremuto dalle mammaredde e dai conzi, si
trova raccolto in un pozzetto centrale (àngiulu). Qui si lascia che
l´olio raggiunga la sommità e galleggi sulla santina, perché si dia
inizio all´operazione del crisscìre.
Se criscìe l`oju.
Sembra di assistere ad una cerimonia religiosa. Il nachiru fa cenno
che si può togliere il coperchio del pozzetto (àngiulu), che viene
attorniato dagli astanti in silenzio. Il nachiru si inginocchia
all`orlo del pozzetto, in modo da poter giungere alla superficie
dell`olio, sulla quale con gesto ieratico disegna con la destra una
grande croce. Prende poi il nappu (piatto di latta leggermente
conico, con una parte mancante dell`orlo a mo` di semiluna, per
poter essere tenuto in mano) e, con gesto semirotatorio, raccoglie i
grumi, il fiore dell`olio (u fiuru), che sarà dato a parte al
proprietario.
Tolto lu fiuru (il fior fiore dell'olio), il nachiru impugna un altro arnese, chiamato
crìsciula. E` un recipiente di latta dalla capacità di una decina di
litri; ha forma cilindrica e una bocca larga, contornata, a mo` di
bavaglino, da una sporgenza larga circa 5 cm. E` disposta
obliquamente rispetto al lato della crìsciula. Tale sporgenza evita
che la crìsciula goccioli. La crìsciula ha infine due manici
diametralmente opposti, che portano alla bocca e terminano quasi al
fondo.
Presa la crìsciula, il nachiru recita con voce tonante:"a nnome te
Ddiu!", poi con gesto lento fa affondare verticalmente il recipiente
nell`olio. La crìsciula si riempie piano piano, e il nachiru la
svuota in recipienti idonei (tini di legno) e infine nello staru,
che è sempre di latta ed è l`unità di misura dell`olio, 17 litri e
mezzo.
Dall`angiulu l`olio viene prelevato quasi del tutto con la
crìsciula; quel poco che rimane galleggiante sulla sentina, è
pescato col nappu, con il quale si possono raccogliere le ultime
scriature (filamenti e gocce d`olio).
La sentina, prima di essere inoltrata nel sottosuolo (nelle
ientarole) passava in quattro grossi vasi comunicanti dal basso,
dove ancora l`olio residuo emergeva ed era di pertinenza del
proprietario del frantoio. L`ambiente in cui si trovavano dette
grosse pile veniva chiamato santinaru o infernu.
Ottenuto l`olio, rimangono la sentina ed il nòzzulu o sansa, che è
quel che resta delle parti solide e che, tratto dai fìsculi ormai
secchi, si presenta come piastrelle informi, spesse 2-3 cm. (le
gnìfe), le quali si sbriciolano facilmente e servivano ottimamente a
far fuoco per cucinare o per scaldarsi durante l`inverno. Era
consuetudine lasciare ai trappitari le gnìfe di tre fiscoli per ogni
macianile.
Il trasporto dell`olio in casa o nel magazzino del proprietario
avveniva con i pisari o valiri (recipienti di coccio della capacità
di uno staio), caricati sulle spalle, o, in alcuni trappiti, con gli
otri (utri), fatti di pelle di capra rovesciata, con il pelo nella
parte interna, più capaci dei barili. L`olio veniva pure trasportato
con un traìnu insieme con le grandi ceste (canìsce) delle gnife.
Tutti i recipienti che venivano a contatto con l`olio, dopo l`uso,
venivano capovolti sul martineddu (grosso tino con la bocca chiusa
da una rete); era sistemato in un angolo del frantoio, quasi
nascosto e a fine campagna era pieno d`olio. Martineddu significa
piccolo Martino, con riferimento al Santo che procura abbondanza,
anche inaspettata.
Il trappitu, specie nel `700, era
ipogeo, si scendeva giù con la scalinata; perché
l`ambiente si conservasse caldo, c`era soltanto la porta d`ingresso,
insieme, se mai, con una piccola vetrata in alto che rimaneva
chiusa. La luce pertanto era artificiale e data da grandi lucerne a
olio ; ce n`erano dappertutto. Ogni giorno, in un trappitu,
erano franti otto macianili di olive, quattro per ogni turno
lavorativo.
La manciata
L`alimentazione dei trappitari spettava al proprietario delle olive
che si molivano; il vitto era costituito da generi di conforto,
quali caffè o anice, per riscaldarsi nelle fredde giornate invernali
e per pranzo e cena, immancabilmente da legumi e vino leggero
(mieru). I legumi erano cotti al fuoco in grosse pignate di
terracotta, da due chili; c`erano legumi in abbondanza, anche per
gli astanti ed i curiosi. Perché non prendesse freddo e si rompesse,
la pignata era avvolta in un panno e posta in un cesto capace
(panarone), che era portato al trappitu insieme con due pezzi di
pane da chilo ed il baruffu (fiasco di creta dalla capacità di 10
litri) del vino, ed ancora peperoncini (tiaulicchi), cicorie,
finocchi, cipolle crude, ravanelli (arici) ecc.
Al trappitu, i legumi (spesso piselli, di rado fagioli) erano
versati in una grande conca di creta, ed un trappitaru li
schiacciava (squaiava) contro la parete della conca con un grande
mestolo di legno (cucchiara), aggiungendovi frequentemente olio
vergine prelevato direttamente dall`àngiulu. Il pane raffermo, cotto
al forno qualche giorno prima, era tagliato a fette e poi a
pezzettini e infine incorporato con la cucchiara nella molle pasta
dei lugumi e olio. A questo punto, la conca era ricolma ed al centro
della pietanza era issata verticalmente una fetta di pane. La conca
era posta al centro di una tavola non tanto grande, attorno alla
quale prendeva posto la ciurma, con il nachiru a capotavola. C`era
sempre qualche invitato (il proprietario delle olive che si
molivano, qualche amico o ragazzo, che era attirato dalla curiosità
e, spesso, dalla fame).
Il nachiru faceva osservare qualche minuto di silenzio; poi con
qualche preghiera o con un semplice "a nnome te Ddiu!"dava il
segnale che si poteva consumare il pasto, e cominciava lui per
primo. Ogni trappitaru aveva la sua forchetta e cucchiaio che
conservava in un ripostiglio, di norma un fisculu nuovo, attaccato
al muro. Gli invitati dovevano portarsi le posate da casa.
Dopo aver calmato i morsi della fame, il nachiru lasciava la
forchetta, diceva castiamu (castighiamo), si puliva la bocca
strofinandovi sopra mano e braccio, afferrava per un manico il
baruffu e lo sollevava in alto. Dopo aver accostato la bocca
all`imboccatura del recipiente, beveva, si asciugava la bocca e
passava il baruffu al trappitaru alla sua destra (le bevute erano
alterne: a una a destra seguiva una a sinistra), finché non avevano
bevuto tutti.
Non si faceva uso di acqua e tanto meno di bicchieri . Il pranzo
finiva quando l`appetito era soddisfatto. Il pasto era sempre
abbondante ed una parte rimaneva nella conca, dove si conservava per
il pomeriggio. Alla fine del pasto talvolta c`era la subbratàula
lupini, finocchi e qualcuno estraeva dalle tasche qualche nocciolina
o mandorla che distribuiva; e infine la ciurma andava a riposare sui
giacigli, sacchi riempiti di cacchiame, disposti in un anfratto del
frantoio....
Fin qui il racconto di mio padre.....
Il resto lo sapete..
Poi una decisione sciagurata della Giunta Comunale di allora
distrusse con le ruspe quel "Santuario del Passato" che ha dato tanto
lavoro e ha salvato tante situazioni ...
Perciò
quando vado a visitare un frantoio ipogeo,
ho sempre una certa commozione perchè, ancora oggi,mi tornano in mente
"i ricordi d'infanzia" che difficilmente potrò dimenticare.