Mestieri de 'na fiata

Viaggio fra quelli che un tempo erano gli antichi mestieri praticati in questa zona, e che oggi con l'evoluzione della tecnologia stanno scomparendo o non sono più praticati.
Leggete questa poesia scritta da una ragazza delle medie:

senza titolo

Gli artigiani di ieri
grandi artisti
praticavano i mestieri
da bravi maestri.
Dall'Ebanista al puparu
dallu scarparu all'arrotinu
dallu sartu allu cordaru
dallu mbrellaru allu stagninu.
Lu stagninu a gran voce, intra le scalinate,
"c'è lu stagninu ca ve conza le pignate"
si fermava nnanzi lle porte
e cunzava pignate, padelle e cose storte.
Il ciabattino portava
lesina, martello e chiodini
di buon mattino vannisciava
"affacciatevi ca ve conzu li scarpini.
Era un sentir cantare...
passava lu mbrellaru
cunzava li mbrelli
puru quiddhi de pura seta.
E durante l'estate
sempre di buon ora
c'era un'altra vuce
anzi c'è ancora
"ccattatevi le nuceddhe e la cupeta duce"
Margherita

LU CAZZAFRICCIU

Prima, le strade non erano asfaltate ma erano a sterro, ed erano percorse dai carri agricoli trainati dai cavalli. Essi lasciavano delle impronte parallele che a lungo andare divenivano due solchi paralleli e profondi "e cazzature". Quando i solchi divenivano molto profondi si provvedeva a civarli (colmarli) con u fricciu (breccia). Allora le amministrazioni comunali facevano deporre lungo le strade da aggiustare dei cumuli di pietre, le quali dovevano essere frantumate e ridotte in breccia. Era questo il compito degli operai chiamati cazzafricciu. Questi ponevano a mo' di incudine una delle pietre migliori per forma e per sostanza e, dopo averla spaccata con una grossa mazza, si sedevano su un'altra pietra e iniziavano con una mazzetta più piccola lo sminuzzamento delle pietre più grosse, facendole divenire dei ciottoli. Questi venivano raccolti in tumuli per agevolare la misurazione geometrica perché u cazzafricciu veniva pagato in base alla quantità di ciottoli ottenuti. Poi venne l'asfalto e queste figure scomparvero.

LU MBRELLARU

Anche questa figura è ormai scomparsa perché si preferisce comprare un ombrello nuovo invece di ripararlo quando si rompe. Gli attrezzi necessari per poter riparare gli ombrelli erano: pinze; stecche di ricambio; ritagli di stoffa; aghi; filo e spago. Seduto su di un "vancuteddhu" (piccolo sgabello di legno) sostituiva le stecche rotte e metteva delle toppe ai buchi.

LU FERRARU o LU FERRACIUCCI

"Lu ferraciucci" ( il maniscalco) consisteva nel costruire e applicare un ferro agli zoccoli degli asini ("ciucci") e dei cavalli. Spesso rischiava di ricevere colpi d'animale durante il suo lavoro. Questo mestiere, purtroppo, sta scomparendo perché è diminuito l'uso del cavallo , sostituito da altri mezzi. Gli attrezzi principali che usava erano: chiodi; tenaglie; braciere; pinze; incudine; martello e chiodi particolari che non facevano male all'unghia del cavallo. La sua bottega era sempre nera e polverosa, perché i carboni accesi sulle forge sprigionavano tanta fuliggine che si depositava sui muri e sul soffitto. Per tenere sempre accesi i carboni vi era un mantice azionato da ragazzi. Di solito oltre che mettere le staffe agli zoccoli di cavalli, costruiva anche arnesi in ferro come zappe, sarchiarule, rasceddhe (spatole).

LU STAGNINU

Il lavoro "te lu stagninu" nel passato ha avuto una grande importanza. Con il suo lavoro e con la vasta produzione di oggetti riusciva a soddisfare tutti quei bisogni di cui una famiglia necessitava. Quando l'acqua non c'era, nelle case il lavoro consisteva principalmente nella realizzazione delle grondaie e dei pluviali che portavano l'acqua piovana alle cisterne. Si aggiungeva la riparazione delle pentole, dei tegami, dei secchi che per il troppo uso si bucavano o si rompevano con una certa periodicità. Per i lavori di chiusura saldatura e tamponamento veniva usato lo stagno consumato al minimo perché costava caro e allora lo spreco era inconcepibile. L'officina dello stagnino era un buco nero pieno di fuliggine e maleodorante. In essa vi era un tavolo grande, tutto sgangherato dove venivano collocati i vari attrezzi necessari: enormi forbici per tagliare i fogli di lamiera, verghe di stagno, tenaglie, il saldatoio, e in un recipiente, che era tenuto nascosto, teneva poi l'acido che serviva per la pulitura dei vari oggetti. Vicino al tavolo c'era la forgia, piccolo fornello nel quale si scaldava il saldatoio, pieno di carbone, attizzato con l'aria immessa mediante un giro della manovella posta di lato. Non mancava un grosso incudine con vari martelli di legno e di ferro per piegare la lamiera utilizzata per la realizzazione dei vari oggetti. Vicino alle pareti vi erano poi fissate delle tavole sulle quali vi era collocata la merce in vendita. La bravura di questi maestri era riconosciuta da tutti. Dalle loro botteghe uscivano "le menze" per raccogliere l'acqua dalle fontane, "li sicchi", li ndacquaturi, le firsure e i tegami di varia forma e grandezza, oltre ad inventare nuovi tipi di contenitori. Gli oggetti, oltre che di rame zincata, erano anche di rame rossa come "le pompe" per irrorare i vigneti, i pescheti e altri tipi di frutta, "li quatarotti" che servivano per bollire il bucato prima di trattarlo con cenere e sapone nell'enorme "cofano" di creta. Il lavoro veniva così svolto: su un foglio di lamiera applicava le forme per ottenere la grandezza del "quatarotto" desiderato e con un bulino disegnava i pezzi; poi con una cesoia li ritagliava, li piegava, li modellava, e li saldava. Prima ancora di attaccare il manico, martellava tutto per eliminare quelle forme lisce o lucenti e darle così maggior resistenza. Piantato a terra un paletto di ferro capovolgeva lu "quatarottu" e con colpi precisi e ritmati di martello, bin - bin, bin - bin, bin - bin, gli procurava delle ammaccature, poste in modo circolare, tutte uguali e precise tanto da desiderare di mantenerlo così com'era, pensando anche che di lì a poco su quella superficie arabescata si sarebbe depositato uno spesso strato di fuliggine. Oltre a questo realizzava le "brocche" "le teglie" adatte per gli arrosti, per i dolci. Oltre a questi venivano realizzati anche gli "scarfalietti" e le "bracere". Tutti questi oggetti erano poi abbelliti con l'ottone e con decorazioni a sbalzo. Dalle mani magiche di questi maestri e da quelle forme insignificanti uscivano contenitori splendidi, recipienti lucenti e di varia forma e grandezza. Oggi questi oggetti, avendo perduto la loro naturale funzione, sono tenuti come arredo, come ornamento senza pensare alla grandissima utilità che nel tempo non molto lontano hanno avuto.

LU CARPENTIERI

Molti veicoli del'epoca come i travini cu li incasciati, i travini senza incasciati, li scialabà cu llu seggiulino te taula (con il sedile di tavola), li torotoi cu llu seggiulinu te vera pelle (con il sedile foderato in pelle), e i calessi, uscivano dalle botteghe dei carpentieri, mestiere ormai scomparso da tempo. Lu carpentiere oltre che costruire i carretti, li riparava. Il punto nevralgico di tutto il veicolo era la ruota, e quello della ruota era la testata, la quale veniva tornita alla perfezione perché poi doveva fermare i rasci (i raggi), che a loro volta dovevano bloccare le "caviglie" della ruota di legno. Intorno alla ruota poi si metteva un cerchione di ferro, che aveva la circonferenza più piccola rispetto a quella della ruota e solo con la maestria del carpentiere e con l'azione del fuoco si riusciva a metterla. Poi si continuava a costruire le stranghe, la littera (il fondo del carretto), lo staffone (gradino di ferro per salire), la martellina (meccanismo per azionare i freni). E poi ci stavano gli optional, attuali accessori per i veicoli, e u carpentiere metteva pure quelli sul carretto. Questi erano la linterna (la lanterna), che sostituiva gli attuali fari, u seggiulinu (seggiolino), llu scurisciatu (il frustino) per stimolare il cavallo. Infine la piantana, costituita da un lungo ramo con altri troncati dove il carrettiere appendeva i spurteddhi (piccole sporte) o i panareddhi (piccoli panieri). Oggi questo mestiere è scomparso perché oramai i travini (carretti) sono stati sostituiti dai camion, i travineddhi (piccoli carretti) dagli "ape piaggio", e i scialabà sono stati sostituiti dalle auto, molto più comode e veloci ma sicuramente meno romantiche.

LU ZOCCATURE

Per la costruzione di case nelle nostre zone, venivano utilizzati conci di tufo, ricavati dalle tajate (cave). L'estrazione dei tufi oggi fatta in modo meccanizzato, veniva fatta manualmente da operai detti zzoccatori, dal nome dell'attrezzo utilizzato, lu zoccu. Questo era simile ad un piccone. Con questo, u zzoccatore, tracciava dei solchi equidistanti tra di loro nella pietra calcarea. Era un lavoro durissimo e non facile visto che lo zoccu doveva ricadere nel solco. Poi dopo aver tracciato un lungo solco, si procedeva con la stessa tecnica a fare dei solchi in modo trasversale ottenendo così i cuzzetti, i quali venivano accatastati per poi essere trasportati dai carrettieri sul luogo della costruzione. Il prezzo dei tufi variava a secondo della qualità. La più ricercata era (ed è) quella cosiddetta petra te matregrazia e quella di cursi.

LU TRAINIERI

veniva definito chi, munito di traino, cavallo, o mulo, trasportava su richiesta qualunque tipo di materiale. Gli incarichi più frequenti erano di trasportare dalle taiate(cave di tufi) vicine(ad Acquarica del Capo per es.)"li PIEZZI", "la breccia" o "lu tufu" per le diverse costruzioni.
Durante il periodo della vendemmia vi era chi collocava ai lati del traino "le sponde" e così poteva trasportare anche l'uva delle campagne ai diversi palmenti. Spesso lo si incontrava per le strade cantando e ritmando la canzone con "lu scurisciatu" che di tanto in tanto faceva schioccare con vera maestria.

LU SCARPARU

Con la parola "calzolaio" si intendeva chi faceva le scarpe da donna e da uomo, gli scarponi, gli stivali, i gambali, mentre con la parola ciabattino si intendeva chi si occupava della normale manutenzione o sostituzione di alcune parti della scarpa. L'alto numero di gente che praticava questo mestiere era dovuto sia per soddisfare le esigenze locali, sia perché questa svariata produzione veniva esportata fuori dal paese durante i vari mercati che si tenevano nei diversi paesi della provincia. I vari calzolai portavano il loro prodotto settimanalmente da Ugento, a Casarano, da Nardò a Gallipoli, da Maglie a Otranto.
Nei laboratori dei migliori maestri vi erano tanti discepoli che lavoravano dalla mattina alla sera proprio per soddisfare le tante richieste. Moltissimi erano coloro che preferivano ordinare le scarpe, avere un determinato modello o colore, una pelle morbida, un cuoio resistente.
Ovviamente la fattura di un paio di scarpe di buona qualità richiedeva esperienza e capacità nell'assemblare gli elementi necessari; dal cuoio, alla pelle, alle fodere. Ora, davanti ad un numero considerevole di maestri c'erano i generici come c'erano i più bravi. Questi ultimi, con il passar del tempo, avevano sviluppato una particolare tendenza o specialità, una maggior cura su un determinato prodotto. Il lavoro fatto su misura si svolgeva, inizialmente, definendo la sagoma del plantare, poi prendendo con una cordicella la circonferenza del collo del piede ed in prossimità delle dita.
Gli arnesi necessari erano: le lesine, i trincetti, le tenaglie, i martelli e le numerosissime forme di legno.
A questi si aggiungevano le setole, gli spaghi, la pece, al cera, la colla. Per avere minori costi il calzolaio era già provvisto di tutto l'occorrente. Così, dopo aver concordato la forma e il colore del pellame provvedeva alla tagliatura e alla cucitura ed iniziava il lavoro fissando alla parte inferiore della stessa forma, la soletta interna delle scarpe.
Aggiungeva la tomaia che doveva essere ben tesa ed unita alla soletta con dei piccoli chiodi. La scarpa era considerata un vero capolavoro quando dimostrava la flessibilità, la leggerezza e la cucitura a mano. La produzione era altissima e di vario genere come: scarpe da donna, scarpette per bambini, pantofole, scarpini, scarpe ortopediche, scarponi, stivali, gambali, ecc. Per quanto riguarda il lavoro del ciabattino questo molto spesso veniva svolto in piccole stanzette e con attrezzature molto precarie. Vi era un piccolo "bancutieddru" e sotto di esso vi era collocato "nu limmu" con dell'acqua dove vi erano collocati dei pezzi di cuoio per ammorbidire. Aveva anche lui delle forme di legno, e degli attrezzi in ferro utili per cambiare e rimettere "li menzetti" o "li tacchi".

LU FURNARU

Il fornaio (lu furnaru), il gestore del forno, era addetto alla cottura del pane e spesso diventava anche un confidente delle massaie, riuscendo a condividere le fatiche e gli affanni per procurarsi il cibo. La cottura del pane era preceduta da varie altre operazioni, scandite dallo scorrere del tempo. Era ancora buio quando il garzone del fornaio, si preparava a lavorare. In casa tutto era predisposto per impastare: il tavoliere, la farina, l'acqua tiepida, il sale e il lievito. Intanto i rintocchi delle campane annunciavano il far del giorno.
Preparato l'impasto, la massaia, dopo aver tracciato un segno di croce, lo ricopriva con un telo perché "crescesse". Intanto la massa lievitava e la donna, preparati i grossi pani, anche di due chili ciascuno, aspettava il ritorno del garzone che li trasportava al forno su una tavola di legno con lu traineddhu (carretto).
Generalmente le donne seguivano il garzone al forno per assistere personalmente all'infornata o ci mandavano una persona di fiducia: un figlio, un parente un amico. Si veniva a creare così una folla di donne, vecchi e bambini: ognuno ambiva a sistemare i propri pani al centro del forno, dove il calore giungeva in maniera più uniforme e, Dopo che i pani erano stati segnati con il timbro e infornati, la gente si allontanava dal forno per rientrare a casa.
Quando il pane veniva sfornato, i vicinati erano invasi dal suo fragrante profumo che allietava il cuore di tutti, ma soprattutto quello del contadino che tornava dalla campagna.
"Normalmente, ogni quindici giorni la madre impastava per preparare il pane per tutta la famiglia. Mischiava lievito naturale (era un po' dell'impasto precedente, quindi, ben fermentato) farina, acqua tiepida e sale (normalmente per una famiglia di sei persone si impastavano 10 chili di farina) e iniziava la lavorazione .
Era un compito veramente molto stanchevole; il tutto assumeva la caratteristica di un vero rito che coinvolgeva l'intera famiglia. Le figlie più grandi, alcune volte, davano il cambio alla madre la quale poteva riposarsi qualche minuto, prima di riprendere il suo lavoro.
Dopo circa un'ora, la massa, ben coperta, veniva fatta riposare, perchè lievitasse per altre due. Successivamente si preparavano delle panelle di due-tre chili che venivano poste su di una tavola (la tavola del pane) e avvolte in una tovaglia. Ad una certa ora prestabilita il fornaio passava per le abitazioni delle famiglie che si erano prenotate il giorno precedente, per portare il pane nel suo forno a legna. Quando questi lo infornava, dopo aver bruciato moltissime "fascine" secche per rendere bollente il forno, lo segnava con un marchio o le iniziali del cliente, perchè, una volta cotto, non si confondesse con quello degli altri. Dopo un paio d'ore, il pane, ormai cotto, veniva sfornato, riposto sulle tavole e riportato, dallo stesso fornaio, ai legittimi proprietari. Era un pane dal sapore insuperabile. Il suo profumo particolare lo acquisiva anche da quello delle "frasche" bruciate. Aveva un sapore meraviglioso, anche se veniva consumato da solo o col pomodoro, con l'olio ecc.
Generalmente, ogni qualvolta si "scanava la pasta" si preparavano le\textit{ FRISE} che erano fatte cuocere e successivamente tagliate a metà con un fil di ferro fissato alla parete. Dopo di chè venivano infornate e biscottate. Il pregio di queste frise sta nel fatto che durano nel tempo e per consumarle basta bagnarle e condirle con olio, origano, pomodori e un pò di sale.E' la fine del mondo!!

LU CONZALIMMI o LU GIUSTACOFANI

"Lu cconzalimmi", figura ormai scomparsa da tempo perché scomparso è l'uso di recipienti di terracotta sostituita da altri materiali. Questi manufatti di terracotta venivano utilizzati per trasportare l'acqua (i mmili), per conservare i cibi (le capase), o per contenere liquidi (le ozze), e poi c'erano i "limmi", un catino di terracotta, che poteva avere diverse grandezze, ed infine i "cofini"simili ai "limmi", che servivano per il bucato. Tutti questi recipienti, erano soggetti a rompersi (se scasciavane) o a mostrare delle crepe (se simavane) a causa del loro numeroso uso. Però il loro costo era tale che la gente preferiva ripararli invece che comprarne di nuovi, rivolgendosi ai cconzalimmure.
Generalmente, il riparatore di cocci era anche riparatore di ombrelli. Gli attrezzi che usava "u cconzalimmi erano: un trapano a mano ("trapanaturu"), filo di ferro sottile e calce spenta in polvere. Egli li teneva in una scatola di legno che portava sulle spalle. Tutto riusciva a "sanare". Si sedeva sulla cassetta, osservava attentamente i pezzi rotti (cocci) , li accostava per farli combaciare ed iniziava il lavoro. Col trapano faceva, lungo la frattura, dei forellini, poi infilava piccoli fili di ferro, li intrecciava e li stringeva con la "pizzicarola"(piccola pinza). Infine passava a mò di stucco una poltiglia di calce spenta che serviva per otturare bene tutti i buchi rendendo così impermeabile il recipiente che era pronto per l'uso.

LA CESTINAIA

La cestinaia, un tempo, era un mestiere molto richiesto in quanto riusciva a soddisfare le necessità più impensate. Questa attività era rivolta alla fabbricazione a mano di tutti gli oggetti di uso comune fatti di solito con giunchi delle paludi salentine che fino a ieri coprivano larghe zone della regione. Raramente venivano usate, per la fabbricazione dei vari oggetti, altri tipi di fibre vegetali.
Componente essenziale era la perizia dell'uomo, che doveva conoscere in ogni dettaglio e curarle nei particolari la propria opera. Dalla sua bottega uscivano ceste di vario genere e di varia grandezza, come "le panare", "le canisce2 e "la nassa" per i pescatori. Un'attenzione particolare richiedeva il rivestimento delle damigiane per l'olio e il vino. Questo doveva essere molto robusto dovendo sostenere un peso superiore ai 50 chili. Altro prodotto molto richiesto erano le "sporte".
Il paese di produzione per eccellenza era Acquarica del Capo in provincia di Lecce.
"Le spurtare" venivano ironicamente chiamate col nomignolo di "culitoste" per via del lunghissimo tempo che queste passavano stando sedute a terra o su un sacco imbottito, destinate a confezionare i vari tipi di borse.
La produzione aveva raggiunto un livello altissimo tanto che i diversi laboratori con decine e decine di dame con i prodotti di questo artigianato erano arrivati nelle abitazioni dei cittadini di tutta l'Europa e in gran parte dell'America. Il lavoro delle "spurtare" o delle cestaie spesso veniva svolto anche da persone che svolgevano un lavoro retribuito. Questo infatti, nelle ore che dovevano essere di riposo, per arrotondare i guadagni si dedicavano alla fabbricazione di questi oggetti.
Attualmente la produzione, è ridotta al minimo e il settore rischia la totale estinzione. Le giovani generazioni considerano non dignitoso questo lavoro, non ne vogliono assolutamente sapere. È cosi che rischia di finire un'attività, nata dalle esigenze primarie dell'uomo, con materie prime messe a disposizione dalla natura, e che grazie alla volontà e alla fantasia, all'estro e alla genialità dei vari artigiani ha rasentato di raggiungere livelli industriali e altamente redditizi.